• Il Mio Salotto

Un viaggio nel mondo della psichiatria, tra dolore, divertimento e profonda umanità

Ci sono quei libri che vorresti non finire mai, quelli che vorresti leggere tutti d’un fiato e poi ci sono libri che hanno entrambe queste caratteristiche. “L’arte di legare le persone” di Paolo Milone è uno di questi ed al contrario di quello che sembra suggerire il testo non è un libro sul sadomasochismo.



Paolo Milone è infatti uno psichiatra che ha lavorato per quasi quarant’anni a Genova ed in questo libro, che per me è un capolavoro, descrive tutta la poesia, la sofferenza, la meraviglia e la brutalità del suo lavoro. Lo fa in brevi o brevissimi paragrafi narrando momenti o aneddoti di vita lavorativa ordinaria ed al contempo straordinaria.

Come addetto ai lavori, quello che fa Milone in questo libro è estremamente complesso e raro: la narrazione di questo mondo avviene senza dare giudizi ma permettendo al lettore di farsi una sua idea guidandolo nella comprensione della psichiatria in tutta la sua umanità, la sua brutalità e la sua poesia.



Il mio lavoro, molto simile a quello dell’autore del libro, porta a profonde riflessioni sulla nostra società, sul lavoro del medico, sull’etica di questa professione e spesso porta ahimè ad amare constatazioni. Raccontate da uno psichiatra con molta esperienza mi sono trovato a leggere sensazioni, emozioni e frustrazioni analoghe alle mie in un lavoro dove le gratificazioni e le soddisfazioni ci sono ma richiedono tempo e fatica. Divorando le prime pagine del libro e rallentando nelle ultime, ho percepito la difficoltà nel fare questo lavoro, le carenze strutturali, la poca voglia e la scarsa etica di alcuni addetti ai lavori che circolano in questo mondo. Come contrasto, emerge invece la grande passione ed il grande entusiasmo del protagonista per il proprio lavoro; emergono, sotto un alone di fatica e dolore quasi insopportabili, anche il divertimento l’arricchimento umano insiti in questa disciplina. C’è insomma tutta l’ambivalenza di questo lavoro, ci sono tutte le contraddizioni.



Il libro pone in maniera mai banale uno dei temi irrisolti della psichiatria che è quello della contenzione. Più in generale, controverso e delicato, argomento centrale del libro appare il controllo che può essere esercitato sul paziente psichiatrico e che può essere abusato da chi lo esercita. L’autore apparentemente giustifica l’idea del contenimento fisico come extrema ratio nei casi “necessari” quando la frammentazione del sé e dell’Io è assoluta e comporta un rischio per l’incolumità propria e altrui. In realtà con questo libro Milone sembra quasi chiederci scusa per gli errori commessi, per le sconfitte professionali che inevitabilmente fanno parte del lavoro del medico e dello psichiatra in particolare. A tratti appare quasi voler essere redento per gli aspetti più oscuri di questo lavoro come per il suicidio di Lucrezia, per il dolore della perdita di tutte le vite umane che non è riuscito a salvare.

Il medico, lo psichiatra non visto come un eroe invincibile, come colui che ha il controllo degli altri, ma visto in tutta la sua fragilità e la sua umanità. Appare chiaro, paragrafo dopo paragrafo, come sia estremo combattere il dolore frammentato e privo di senso della psichiatria, affrontare la morte e la follia senza perdersi, senza sfilacciarsi, senza frammentarsi ma rimanendo agganciati alla realtà.



L’amore, il mare, le meraviglie di Genova, la bellezza femminile, l’albero fuori la stanza dei colloqui; sono queste le cose che possono salvare, che possono far rimanere ancorati alla realtà, che possono evitare che uno si sfaldi, perda entusiasmo e spinta. Bisogna trovare il bello anche nei pazienti, vedere oltre “la follia”, scorgere “la persona” oltre la malattia, bisogna conservare la capacità di stupirsi, di non fermarsi alle apparenze. Se non fai questo hai già perso e questo Milone lo fa molto bene nel suo libro ed appare evidente come l’abbia fatto per tutta la sua carriera continuando a stupirsi ed a divertirsi facendo lo psichiatra. Senza mai giudicare perché

“I matti sono nostri fratelli. La differenza tra noi e loro è un tiro di dadi riuscito bene”.


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