• Il Mio Salotto

Aperitivo e quattro chiacchiere con Alex Liverani

Il Mio Salotto incontra il fotografo romagnolo ambassador di Fujifilm Italia e vincitore di numerosi riconoscimenti internazionali.


Alex Liverani photographer
Alex Liverani

Chi è Alex? perché hai scelto di diventare fotografo, da quanto lo fai, raccontaci la tua storia, la tua passione, e come hai fatto a farlo diventare un lavoro.

Alex è da sempre una persona curiosa e ha trovato nella fotografia l’elemento sul quale alimentare la propria curiosità. Non ricordo esattamente quando è iniziato il vero e proprio amore nei confronti della fotografia ma posso immaginarlo. La fotografia é sempre stata presente e importante nella mia famiglia, infatti la macchina fotografica era presente in ogni nostro momento. Se penso ai primi viaggi con la mia famiglia, ricordo come fosse ieri quando prendevo la macchina di mio padre e incominciavo a fotografare tutto ciò che in un qualche modo attirava la mia curiosità senza avere nessun tipo di conoscenza o di informazioni. Ero molto piccolo ma questo strumento mi catturava e volevo utilizzarlo provando a metterci del mio, anche quando provavo a realizzare qualche ritratto di mia madre, uno dei miei soggetti preferiti da fotografare.

Successivamente io e la fotografia ci siamo allontanati e non ci siamo cercati per diversi anni fino a poco prima dei 18, dove ho risentito la necessità di fotografare in maniera "semi professionale” ossia vedendo la fotografia un’opportunità per trasformare la mia passione in un lavoro. Un lavoro inizialmente semplice: fotografare in discoteca. Da sempre sono stato affascinato dalle persone e probabilmente in quegli anni è maturata la mia necessità di vedere sempre comunque le persone come i soggetti principali delle mie immagini. La discoteca è stato un territorio nel quale scoprire le passioni, le perversioni, gli amori delle persone e cercare di captare queste situazioni che potevano verificarsi in maniera estemporanea, e quindi avere la capacità di cogliere quegli attimi in quelle frazioni di secondo che venivano a generarsi per poi magari svanire e sparire in pochi secondi.

Anni dopo, quel lavoro che magari mi consentiva giusto di arrotondare, mi ha dato la spinta di volerlo far diventare il mio lavoro principale, perché mi ero reso conto che passavo gran parte delle mie giornate a pensare alla fotografia e mi sembrava quasi di sacrificare del tempo quando mi occupavo di tutt’altro. Quello é stato il momento in cui ho deciso che doveva diventare il mio lavoro, consapevole però che la passione e l’amore verso quest’arte che è la fotografia, sarebbero potute cambiare.


La passione per i viaggi è nata con la fotografia o ti è venuta voglia di fotografare durante i tuoi viaggi? Allora questa è una domanda tipo: é nato prima l'uovo o la gallina? In realtà non saprei dire quale delle due cose ha generato una reazione e quale delle due é trainante rispetto all'altra. In realtà i viaggi hanno sempre fatto parte della mia vita e ovviamente viaggiare é un'opportunità che offre la possibilità di avere molti più stimoli

e molti più imput durante la giornata rispetto a un luogo a noi vicino. In realtà però, potenzialmente anche uscendo di casa potremmo trovare immagini e fotografie interessanti. É innegabile che trovarsi in un luogo sconosciuto, dove qualunque aspetto può attirare la nostra attenzione, é qualcosa che stimola molto di più la nostra curiosità e di conseguenza la fotografia ne trova giovamento.

So che hai pubblicato 3 libri, a noi de Il Mio Salotto, ci farebbe piacere che ora ci raccontassi qualcosa di piú su Dango a partire dalla scelta del titolo.

Con l'avvento della fotografia digitale, sempre più persone hanno perso purtroppo l'abitudine di stampare le proprie immagini. Io volevo qualcosa di sfogliabile e toccabile, che in un qualche modo, secondo me é una una testimonianza del passaggio della nostra presenza in questo mondo. Quindi per me era importante lasciare una traccia di ciò che abbiamo prodotto e che abbiamo fatto a chi verrà dopo di noi. Da questo é nata l'esigenza di stampare i miei lavori.

Dango è il mio primo vero e proprio libro, che è nato mentre scattavo, gli altri due non sono dei veri e propri libri ma sono delle Fanzine ( parola nata dalla contrazione delle parole fan e magazine), ovvero libricini, rivolti alle persone che seguono ciò che noi facciamo, per il piacere di condividere i propri interessi con altri.

Ma torniamo a Dango. Poche ore dopo che ero in Giappone, ho assaggiato questo dolcetto tipico giapponese che si chiama appunto Dango, formato da tre palline colorate scollegate tra di loro ma che trovano una connessione attraverso un bacchettino di legno che le unisce e da lí mi sono detto che quello poteva essere il concept attraverso il quale costruire il mio libro, ossia trovare delle foto in giro in maniera quasi casuale, quasi randomica e poi trovare il modo di unire queste tre immagini trovando loro una connessione. È quindi un lavoro non molto importante dal punto di vista fotografico ma lo è molto di più dal punto di vista dell’editing, ossia, di cercare di creare appunto le associazioni che possono essere di contrasto, di associazione, di contrapposizione, di giusta posizione quindi come far dialogare in diversi modi o per cromie o per forme le immagini tra di loro. Ho pensato quindi che necessariamente anche la struttura del libro dovesse essere composta da aperture con tre facciate, proprio per ricondurre il tutto ai tre elementi del Dango e creare quindi con lo sfogliato del libro un ritmo che fosse in un qualche modo anche descrittivo del Giappone ma non didascalico. Le terzine, i trittici non vogliono essere tutti “immediati” o di facile lettura, alcuni vogliono essere più enigmatici, altri invece più diretti attraverso appunto l’utilizzo del colore o di elementi che ne facilitano la lettura.



Perché proprio il Giappone? Cè un motivo particolare legato alla scelta del luogo?

Ho sempre guardato il Giappone con ammirazione e fascino. Ho sempre desiderato poterci fare un viaggio e le mie aspettative sono state rispettate fin dal primo momento in cui ci sono arrivato.

É un luogo, un universo quasi parallelo dove può succedere di tutto, in ogni istante. Per chi come me é affascinato dalla street photography, e da tutte quelle situazioni insolite che possono verificarsi per strada, il Giappone non può che essere un palcoscenico che stimola davvero tantissimo.


Quando scatti hai una storia in mente o ti lasci catturare e trasportare dal momento?

Appena ho incominciato ad appassionarmi alla fotografia di strada, necessariamente ogni volta che alzavo l'obiettivo verso un soggetto, cercavo una storia, quindi per far sì che una foto fosse giustificata, doveva succedere qualcosa. Questo era il mio primo approccio. Ora ho un pò cambiato il mio modo di vedere le cose. Ho cosi trasposto quel mio modo di cercare in altro. Non cerco quindi una storia ma cerco un elemento utile per il racconto. Non guardo quindi più le foto come potenziali storie degne di essere raccontate, ma cerco invece dei tasselli che insieme, associati in un determinato modo, possano trasformarsi in una storia.



Per te è importante differenziarti dagli altri o è una cosa a cui non dai peso?

Se il nostro intento fosse quello di differenziarci dagli altri, sarebbe impossibile raggiungere il nostro intento stesso.

Ormai tutti fanno tutto e qualunque cosa che possiamo pensare, é già stata fatta. Secondo me, quindi, avere l'utopia di differenziarci dagli altri e fare qualcosa che gli altri non fanno, é qualcosa che non porta a nulla. Secondo me noi dobbiamo pensare a fare qualcosa che ci fa sentire bene e farlo nel modo migliore in cui siamo capaci di farlo.


So che hai una società Lime For Weddings. Che rapporto hai con i matrimoni e le foto ai matrimoni? Nonostante i traguardi raggiunti professionalmente, come mai la scelta di fare parte del mondo dei fotografi per matrimoni (mercato ormai saturo in Italia)?

In realtà credo che la fotografia di matrimonio sia la fotografia che si avvicina di più alla fotografia di strada perché in entrambi i generi tutto succede in maniera irripetibile, succede tutto una volta sola, non é possibile dirigere la scena, non é possibile coordinare l'illuminazione. Bisogna affidarsi al caso, o meglio all’istinto. Quindi questo é il motivo per cui ho deciso di approcciarmi anche a questo genere. Per scelta però ho sempre optato per non occuparmi di una cosa e basta, perché se mi occupassi di una cosa sola finirei per annoiarmi, quindi mi occupo di matrimoni ma anche di molte altre cose durante l’anno. Questo anche per avere sempre stimoli da diversi ambiti e portare le conoscenze di un ambito nell’altro per fare appunto convogliare e fondere ciò che impariamo realizzando cose anche a volte diametralmente opposte dal punto di vista dell approccio o della necessità dettata dal cliente.


Per i piú “nerds” puoi parlarci della tua attrezzatura preferita che usi per i tuoi lavori? e di come scegli la macchina da utilizzare?

Non mi sono mai sentito particolarmente parte di questa categoria, nonostante utilizzi e sfrutti l'attrezzatura, l'ho sempre utilizzata in maniera basica ed essenziale, conoscendo comunque tutta la tecnica ma non essendone un fanatico. L’attrezzatura che decido di usare, é un’attrezzatura che predilige la comodità al tecnicismo. Preferisco quindi macchine compatte e leggere e discrete, che mi consentano di fotografare anche in mezzo alla gente, senza risultare eccessivo. Per scelta utilizzo in tutta la mia fotografia, personale e lavorativa, l’attrezzatura Fujifilm perché sono un testimonial di questo brand, ma la scelta é stata dettata proprio dalla comodità che questa strumentazione mi fornisce, non per altro. La macchina che scelgo deve essere leggera, e poco ingombrante ma soprattutto portatile grazie a una semplice tracolla perché voglio sentirmi a mio agio quando fotografo per strada. Deve inoltre avere necessariamente il mirino sulla parte laterale sinistra del corpo, perché quando metto il mio occhio destro dentro il mirino ho sempre bisogno con l’occhio sinistro di poter controllare tutto ciò che avviene. La fotografia, ancora prima di essere ciò che realizziamo, é cosa sta per diventare quindi tutto ciò che ruota attorno al nostro frame, ovvero il nostro rettangolo che vediamo dentro il mirino, sono elementi da valutare perché stanno potenzialmente per entrare a far parte di quel piccolo rettangolo. Per me quindi, poter guardare tutto ciò che mi sta intorno, é una parte fondamentale.


Vuoi parlarci della tua esperienza a “master of photography” del 2018? Come ti sei sentito ad essere scelto tra cosí tanti candidati internazionali.

Master of photography é per me sempre un argomento un pò tabù, perché da un lato é sicuramente stata un’esperienza importante che mi ha dato la possibilità di conoscere personaggi davvero importanti in questo ambito. Mi ha permesso inoltre di crescere molto dal punto di vista della gestione della pressione e delle ansie, che comunque in un qualche modo questo lavoro può portarsi dietro di sé. Allo stesso tempo é un argomento di cui faccio fatica a parlare perché é stato un pò “amore e odio” durante quell’esperienza. Sicuramente ero felicissimo per essere stato scelto tra 12.000 candidati in tutta Europa, e per essere arrivato secondo in quell’edizione, ma allo stesso tempo, soprattutto all inizio, l’ho vissuta come una parziale vittoria, o come una sconfitta difficilmente digeribile. È stata però un’esperienza che riguardata oggi a mente fredda, dopo qualche anno, ho fatto bene a fare. La cosa strana per me era sentirmi doppiato in italiano da un'altra voce che non fosse la mia, in quanto tutte le puntate erano state registrate in inglese ma doppiate in italiano da doppiatori professionisti, per il pubblico in Italia. Purtroppo non potevo doppiare me stesso.



Hai un viaggio in programma per scattare nuove foto per qualche nuovo progetto, magari in vista di un quarto libro?

In realtà il quarto libro a cui sto lavorando da diverso tempo é un lavoro a KM 0 o quasi. È un lavoro all’interno della mia regione, l’Emilia Romagna. Sto fotografando da diverso tempo, tutte le balere, i luoghi dove le persone anziane decidono di andare durante il fin settimana. Luoghi un pò kitch o grotteschi. Li considero luoghi di seduzione e di perdizione che hanno sempre incuriosito la mia fantasia. Sto quindi ultimando il mio lavoro dopo qualche anno, con l’obbiettivo di trasformarlo in un libro.


Noi de Il Mio Salotto, oltre a questo progetto editoriale abbiamo anche lanciato da poco, un progetto relativo agli NFT, legati all'arte. Qual è la tua conoscenza in materia? In quanto fotografo è qualcosa che stuzzica la tua curiosità?

La mia conoscenza é sicuramente superficiale e il mio interesse marginale. Come tutte le cose nuove, é un argomento che inevitabilmente mi ha incuriosito e affascinato ma allo stesso tempo mi sento legato al passato. Ne é una dimostrazione il fatto che io non abbia un account Instragram personale, ma prediliga la carta rispetto alla connessione digitale. È per me quindi complicato e difficile trovare interesse e affacciarmi in questo mondo, ma mi piace comunque stare con le orecchie alzate e capire come questo mondo appunto possa svilupparsi in maniera veloce ed eventualmente decidere se successivamente farne parte.



La prima volta che hai avuto modo di vedere il magazine targato Il Mio Salotto, che opinione ti sei fatto cosí a caldo?

Appena mi é stata proposta questa intervista ho guardato subito di cosa si trattasse e quindi se ho deciso di accettare é perché sicuramente é un prodotto ben fatto, curato che si dedica molto alle interviste e i contenuti proposti sono molti. Questo é sinonimo di voglia di fare e fare le cose fatte bene, e questo mi ha invogliato a far parte del vostro progetto.


Grazie ad Alex Liverani per averci fatto entrare nel suo mondo rispondendo alle nostre domande!










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